Parliamo di Delmastro?
Lo so, non è il tema più leggero del mondo. Ma a volte le notizie fanno da sole il lavoro che anni di dibattito pubblico non riescono a fare.
Andrea Delmastro delle Vedove, volto storico del proibizionismo e tra i più duri oppositori della legalizzazione della cannabis, è finito al centro delle cronache per la vicenda della società Le 5 Forchette, oggi sotto la lente della DDA di Roma in un’inchiesta che ipotizza riciclaggio e intestazione fittizia di beni legati al clan dei Senese.

E qui arriva il paradosso.
Per anni ci hanno raccontato che la cannabis è il problema. Che legalizzare significherebbe spalancare le porte alla criminalità. Che bisogna continuare a lasciare tutto così com’è.
Poi però la realtà bussa alla porta e ci ricorda una verità molto più scomoda: il vero carburante delle mafie è proprio il mercato nero che il proibizionismo difende.
Il mercato illegale è il miglior alleato della mafia
Ogni volta che qualcuno compra cannabis nel mercato illegale, non sta semplicemente acquistando “10 euro di fumo”.
Sta finanziando una filiera criminale.
Una parte di quel denaro finisce nel narcotraffico.
Un’altra parte viene reinvestita in:
- armi
- usura
- edilizia infiltrata
- ristorazione
- attività commerciali di facciata
- riciclaggio nell’economia legale
Supermercati, alberghi, ristoranti, società immobiliari: il denaro sporco entra così nel sistema pulito e lo contamina dall’interno.
Ed è proprio questo il punto politico che questa vicenda rimette sotto i riflettori: se lasci il mercato della cannabis nelle mani della strada, lo stai lasciando nelle mani della criminalità organizzata.
La contraddizione del proibizionismo
La domanda allora diventa inevitabile:
chi si oppone alla legalizzazione sta davvero combattendo le mafie?
Perché i fatti raccontano altro.
Il proibizionismo non elimina il consumo.
Non elimina la domanda.
Non elimina il traffico.
Semplicemente decide chi deve incassare.
E oggi a incassare sono spacciatori, clan e reti criminali che reinvestono quei soldi in attività perfettamente inserite nell’economia legale.
La legalizzazione regolamentata farebbe esattamente il contrario:
- toglierebbe liquidità ai clan
- sposterebbe il mercato verso filiere controllate
- garantirebbe tracciabilità e qualità
- trasformerebbe denaro criminale in economia reale e tassata
Canapa legale: l’alternativa pulita esiste già
Ed è qui che entra in gioco la filiera della canapa.
Scegliere prodotti a base di canapa da filiere certificate significa sostenere un modello completamente opposto a quello criminale:
- coltivazioni autorizzate
- controlli di laboratorio
- tracciabilità
- aziende italiane
- lavoro legale
- zero mercato nero
In altre parole: meno soldi alla strada, più valore all’economia pulita.
Conclusione
La vicenda Delmastro non ci dice nulla di nuovo, ma ci sbatte in faccia una contraddizione enorme.
Chi urla contro la legalizzazione spesso finisce per ignorare — o peggio alimentare indirettamente — l’unico sistema che davvero arricchisce le mafie: il proibizionismo.
La verità è semplice e continua a essere scomoda:
ogni euro sottratto al mercato nero è un euro tolto alle organizzazioni criminali.
Se davvero vogliamo togliere soldi alle mafie, il punto non è fare moralismo.
Il punto è smettere di regalare il mercato alla criminalità.
Ogni acquisto consapevole nella filiera legale della canapa è una scelta precisa: meno soldi al nero, più forza a imprese trasparenti, controllate e italiane.

