Legalizzazione e consumo giovanile

Legalizzazione e consumo giovanile

 

Sfatiamo un mito: la legalizzazione NON aumenta il consumo degli adolescenti

 

 

 

La legalizzazione della cannabis non fa aumentare il consumo tra gli adolescenti. A sfatare il falso mito i dati raccolti nei paesi e negli stati dove l’utilizzo per scopi ricreativi è legale e regolamentato.

Le ricerche che hanno sfatato il mito

Secondo uno studio pubblicato dalla rivista accademica JAMA Network, nei territori statunitensi dove l’uso ricreativo della sostanza è stata regolamentata, il consumo da parte degli adolescenti è diminuito quasi del 10%. In particolare, si è registrato un calo dell’8% nell’uso sporadico e del 9% in quello frequente. La variazione, invece, è risultata appena accennata negli stati che hanno legalizzato al solo uso medico e terapeutico.

L’analisi, condotta da un team di ricercatori provenienti da quattro diverse università americane (la Montana State University, la University of Oregon, la University of Colorado e la San Diego State University) ha dimostrato, dati alla mano, come la legalizzazione abbia avuto un effetto positivo sul consumo giovanile.

Complici, in questo contesto, i punti vendita autorizzati, come il Canapè, che possono effettuare maggiori controlli sull’identità richiedendo i documenti e la maggiore età dei propri clienti, e la scomparsa del cosiddetto “effetto tabù” e del suo fascino.

I dati analizzati non sono nuovi a Washington. I valori, infatti, sono stati raccolti attraverso gli Youth Risk Behaviour Surveys (YRBS), ossia le indagini biennali americane promosse dalle agenzie governative e dedicate ai rischi per la salute degli adolescenti. Per questa ricerca, in particolare, sono stati studiati i comportamenti degli studenti delle scuole superiori in un periodo che va dal 1993 al 2017.

Ora che gli Stati Uniti si avviano verso la legalizzazione federale della cannabis, allineandosi con i 14 stati a stelle e strisce dove il consumo è già legale, la situazione economica e sociale del paese potrebbe evolvere ulteriormente.

La legalizzazione e i problemi comportamentali dei giovanissimi

Tra i primi a subire gli effetti positivi della legalizzazione i giovanissimi. Dalle stesse ricerche, infatti, è emerso che l’utilizzo ricreativo della marijuana ha avuto un calo sopra la media tra i più piccoli, ossia tra gli studenti di età compresa tra i 13 e i 14 anni. La riduzione è pari al 25%.

In molti di questi casi, l’utilizzo ricreativo della marijuana è spesso legato alla ricerca di attenzioni e al mettere in atto comportamenti sociali considerati devianti o problematici per definire il proprio status. La legalizzazione, invece, elimina il “fascino del proibito” nonché l’opportunità di sfidare l’autorità, sia essa genitoriale o statale.

La legalizzazione e la criminalità

Non solo la diminuzione dei consumi, la legalizzazione favorisce, sul lungo periodo, anche la riduzione di altri rischi e problemi legati allo spaccio o ai disturbi comportamentali come risse e uso e detenzione illecita di armi.

Dagli Stati Uniti arrivano dati positivi anche in questo contesto. Nei territori dove sono stati legalizzati sia l’utilizzo ricreativo che quello medico si sono infatti registrate sensibili diminuzioni dei reati, in particolare di quelli violenti.

È il caso dello stato di Washington, primo tra i territori a stelle e strisce a legalizzare l’uso ricreativo della sostanza il 6 dicembre 2012. All’interno dei suoi confini, infatti, da quel giorno si è registrato un calo del 30% in termini di stupri e del 20% per quanto riguarda i furti, anche e soprattutto tra i giovani.

A questo si aggiunge l’aspetto economico. A un anno dalla legge, infatti, lo stato di Washington ha incassato oltre 70 milioni in più di tasse. Una crescita che conferma le prospettive di molte altre zone del mondo sempre più vicine alla legalizzazione come il Messico e l’Italia, che, secondo le ultime stime, con la legalizzazione guadagnerebbe almeno 8 miliardi di euro l’anno.

 

Cannabis light e test antidroga

Cannabis light e test antidroga

 

La cannabis light può contenere THC e dunque compromettere i risultati del drug test?

 

Come probabilmente saprai, la canapa legale dovrebbe contenere bassissime quantità di THC, precisamente meno dello 0,4%… ma non tutti i distributori la fanno analizzare per verificare con certezza questo dato.

Effettivamente la cannabis legale proviene da semi certificati, accuratamente selezionati per generare piante con THC quasi nullo, eppure anche la natura ha i suoi limiti e le percentuali di THC potrebbero risultare inaspettatamente più alte.

Se sei un estimatore di canapa light e la utilizzi regolarmente, è possibile che ti stia chiedendo se con l’assunzione di CBD i test antidroga possono risultare positivi e dunque controproducenti in caso di controlli di lavoro, sportivi e altri ancora.

Se assumi erba light non certificata potresti quindi risultare positivo al test antidroga perché oltre al CBD potrebbero esserci tracce di THC superiori allo 0,4%.

 

 

Quindi il CBD non viene rilevato nei test antidroga?

Se si tratta di CBD puro no, ma non possiamo assicurarti che non succeda se fumi cannabis legale, soprattutto se non ha percentuali di THC certificate (e, naturalmente, a norma di legge).

 

E se acquisti estratti di CBD o prodotti derivati?

Tendenzialmente, il CBD non dovrebbe risultare nei test di rilevamento, ma se non assumi cannabidiolo puro potrebbero esserci tracce di THC nel tuo organismo. Ed è proprio il THC che fa risultare positivi i drug test.

Consigliamo in questo caso di fare delle opportune valutazioni. Per non rischiare ti consigliamo di scegliere prodotti derivati dalla canapa industriale con THC a norma di legge, dunque estratti dalla canapa legale.

È importante precisare che i test antidroga cercano il THC oppure uno dei suoi principali metaboliti, il THC-COOH, rilevabile anche quando il THC non è più in circolo nel sangue ma è ormai stato trasportato nelle cellule.

I drug test danno esito positivo quando il THC e/o il THC-COOH superano una certa soglia chiamata cut-off: i valori inferiori al cut off vengono ignorati dal test, che risulta quindi negativo.

La soglia è in genere diversa in base all’esame: i test di rilevamento delle droghe sono diversi e includono l’analisi delle urine, del sangue, del capello e della saliva. Inoltre il periodo di rilevamento dipende da numerosi fattori, tra cui la quantità di assunzione, la frequenza e l’attività del tuo metabolismo. Se assumi solo cannabis light, che presenta basse percentuali di tetraidrocannabinolo, è molto probabile che il tuo metabolismo smaltisca molto velocemente sia il THC che il suo metabolita.

 

 

. Test antidroga dalle analisi delle urine:

Nell’urina, il metabolita THC-COOH deve avere una concentrazione di almeno 50 ng/ml (nanogrammi per millilitro) affinché il test risulti positivo. Di solito questo esame rileva il THC-COOH nelle urine per un periodo che va da 3 a 15 giorni dopo l’uso di marijuana.

Però se l’assunzione di THC è costante e in grandi quantità, il test delle urine potrebbe rilevare la sua presenza anche per 3 o 4 settimane dopo l’uso di marijuana.

 

. Test antidroga dalle analisi del sangue:

Il sangue è un trasportatore, dunque il THC permane per pochissimo tempo nel flusso sanguigno: il THC-COOH si rileva fino ad un massimo di una settimana dall’assunzione. Le analisi del sangue hanno un cut-off fissato a 2 ng/ml.

Per via di questa particolarità gli esami del sangue si usano come drug test solo se si ha bisogno di una risposta nell’immediato, ad esempio per verificare la guida sotto effetto di stupefacenti.

 

. Test antidroga dalle analisi salivari:

La saliva conserva tracce di THC e dei suoi metaboliti per poco tempo, da circa un’ora fino al massimo di un giorno dall’assunzione di cannabis.

Il test della saliva è quindi uno dei meno utilizzati o usato al massimo dalle Forze dell’ordine durante i controlli sui conducenti.

 

. Test antidroga dalle analisi del capello:

L’analisi del capello è il test antidroga più efficace (anche se poco utilizzato) e consente di rilevare i metaboliti del THC nei capelli per un periodo che arriva addirittura a 90 giorni. 

Tuttavia questi test sono meno pratici perché non rilevano la presenza dei residui psicoattivi di THC, ma può solo dire se la persona è una consumatrice assidua di cannabis.

Infatti una persona che entra in contatto con un consumatore di marijuana e respira fumo passivo potrebbe, teoricamente, risultare positivo ad un test tossicologico del capello.

 

 

In conclusione diciamo anche i risultati dei test antidroga sono molto soggettivi. Cioè dipendono anche dai fattori legati all’organismo come il metabolismo (più è veloce la tua attività metabolica, più breve è il tempo in cui i cannabinodi possono essere rilevati), dal tipo di test eseguito (più è sensibile il test, maggiore è il tempo in cui può rivelare la concentrazione di THC nel tuo corpo) e che frequenza assumi cannabis.

 

 

Autocoltivazione Cannabis

Autocoltivazione Cannabis – Continua la strada alla decriminalizzazione della coltivazione domestica.

 

Consentire ai consumatori di non rivolgersi alla criminalità, liberare forze dell’ordine e tribunali da inutili procedimenti,

separare il mercato della cannabis dalla altre sostanze stupefacenti e permettere anche a chi non riesce a ottenere la

terapeutica di potersi curare.

 

 

È passato ormai un anno da quando le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno dichiarato come non punibile penalmente l’auto coltivazione di cannabis quando questa è fatta con metodi rudimentali e per uso personale, ma una sentenza non basta per tutelare i nostri diritti, ancora rischiamo anni di processi. Alla camera dei deputati, tra gli esperti, è intervenuto anche il procuratore nazionale antimafia, Roberto Cafiero De Raho, il quale ha detto che:” Permettere l’auto coltivazione di cannabis toglierebbe un importante fetta del mercato delle organizzazioni criminali.”

Al contrario, tutti gli auditi hanno sollevato preoccupazioni rispetto al disegno di legge Molinari e alle prospettive di uno scenario in cui le sanzioni sarebbero inasprite. Si stima che oggi siamo in 100.000 a coltivare in Italia e lo facciamo per la nostra sicurezza e per la garanzia di consumare una cannabis di qualità.

Purtroppo, in questo lungo anno, il Parlamento non ha fatto nulla per recepire le indicazioni molto chiare che venivano dalla Corte di Cassazione ed è anche per questo che insieme a molte associazioni,  IOCOLTIVO.UE, una campagna di disobbedienza civile sull’autocoltivazione di cannabis, ha deciso di lanciare un appello al presidente della commissione giustizia, Mario Perantoni, e ai membri di quella commissione affinché facciano tutto il possibile per portare al voto, entro questa legislatura, un disegno di legge che è lì depositato ed è in discussione.

Il disegno di legge parla proprio di decriminalizzare la coltivazione di cannabis per uso personale. L’hanno depositato parlamentari di gruppi diversi, la prima firma è quella di Riccardo Magi, ed è un disegno di legge che potrebbe far cambiare subito alcune cose.

Prima di tutto che chi coltiva per il proprio uso personale non dovrà rispondere di accuse penali e amministrative, poi che il mercato delle droghe pesanti si separerebbe da quello delle droghe leggere, inoltre si alleggerirebbe le forze dell’ordine tribunale di moltissimi procedimenti inutili, ed infine, anche chi coltiva per alleviare i dolori delle proprie patologie, non dovrà rispondere come Walter de Benedetto, davanti ai tribunali, visto che il sistema sanitario nazionale non è ancora in grado di garantire a tutti la terapia di cui hanno bisogno.

È una grande occasione in questa legislatura per fare un passo avanti..

In Italia ci sono oltre 6 MILIONI DI COSNUMATORI di cannabis, di questi ben 100.00 decidono ogni anno di piantare un seme sul proprio balcone o all’interno del proprio giardino. Soltanto nel 2018 sono state sequestrate 532.176 piantine, il doppio dell’anno precedente. La regione con più sequestri è la Sicila, probabilemente per il clima particolarmente adatto alla coltivazione domestica di cannabis.

Cosa si intende per uso personale? 

Con la stessa decisione i giudici precisano che il reato di coltivazione di stupefacenti scatta a prescindere dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente. Tuttavia le Sezione unite fanno un distinguo proprio per la coltivazione domestica escludendo che questa rientri, alle condizioni ricordate, nell’ambito di applicazione della legge penale.

Cannabis Light – Perché meglio legalizzare

L’Europa anche in queste ultime settimane ha dato segnali inequivocabili sulla utilizzazione dei derivati della canapa, ma nel nostro Paese tira ancora un vento contrario e gelido che blocca ogni speranza per tutti quelli del settore di lavorare liberi da pensieri e timori di incappare nella ragnatela che alcuni irresponsabili tutori della legge ha tessuto. Ma la positività che sta alla base dell’idea di Green Economy spinge in molti a resistere e continuare alla lotta per la chiarezza e la legalità.

 

 

Più cannabis shop, meno mercato nero: la canapa light nuoce alla criminalità organizzata

 

È questa, in sintesi, la conclusione di uno studio condotto da tre ricercatori italiani e pubblicato sulla rivista European Economic Review, dalla ricerca, la prima di questo tipo nel nostro Paese, emerge che la legalizzazione della  cannabis leggera in Italia ha ridotto nel giro di poco più di un anno la quantità di marijuana spacciata e i relativi ricavi delle organizzazioni criminali.

I ricercatori parlano di un “effetto di sostituzione” inatteso nella domanda tra cannabis light e cannabis illegale. 

Quali sono i motivi del successo della canapa leggera?

Possono essere diversi: dal voler evitare effetti stupefacenti eccessivi, al preferire un prodotto dall’origine controllata. E, molto probabilmente, un ruolo di tutto rispetto è giocato dal non doversi rivolgere al mercato illegale per effettuare l’acquisto.

“La ricerca – spiegano gli autori – ha dimostrato come nelle province con maggiore concentrazione di rivenditori di canapa legale ci sia stata, a parità di operazioni di polizia, una riduzione delle confische di prodotti stupefacenti e una riduzione del numero di arresti per reati di droga”, e ha messo in evidenza che, nel breve arco temporale considerato, la legalizzazione della cannabis light ha portato a una riduzione di circa l’11% dei sequestri di marijuana per ogni cannabis shop.

Una percentuale che, tradotta in chili di cannabis illegale confiscata, sta a significare un calo dei sequestri di marijuana pari a 6,5 chili per ogni negozio specializzato in prodotti a base di cannabis.

Dati statici per fare chiarezza:

I risultati statistici dello studio consentono di calcolare le entrate perdute per le organizzazioni criminali.

Considerando che il numero medio di cannabis shop a livello provinciale è di circa 2,76 e che il prezzo della marijuana è stimato in 7-11 euro al grammo, le nostre stime sulle 106 province considerate implicano che le entrate perdute a causa della liberalizzazione della cannabis light corrispondano – solo per quanto concerne la marijuana, escludendo l’hashish e le piante di cannabis illegali – a circa 200 milioni di euro all’anno”.

I risultati ottenuti in termini di ricavi perduti da parte della criminalità organizzata appaiono invece interessanti se si considera che la cannabis light è un “sostituto” della cannabis illegale, poiché caratterizzata da “effetti ricreativi molto più bassi, dovuti alla percentuale minima di Thc in essa contenuta”, mentre il Thc presente nella marijuana da strada può arrivare a superare il 20%, con il noto “effetto sballo” che ne consegue.

“Questi risultati – scrivono – supportano l’argomentazione secondo cui, anche in un breve periodo di tempo e con un ottimo sostituto, la fornitura di droghe illegali da parte del crimine organizzato viene rimpiazzata dalla presenza di rivenditori ufficiali e legali”.

 

 

 

“La cannabis light potrebbe portare quasi un miliardo di euro di entrate in Italia”: le stime del MEF (Ministero dell’Economia e della Finanza).

Ci vorrebbe forse più coraggio, visto che in ormai 3 anni di utilizzo massivo da parte di diverse fasce della popolazione come professionisti, anziani e anche pazienti, non è stato registrato nemmeno un singolo problema di salute pubblica, per cambiare il paradigma e mostrare ai cittadini tutti i vantaggi che deriverebbero da questa operazione, ponendoci tra i principali produttori europei.

Parliamo di quasi un miliardo di euro: soldi che, in questa situazione economica, sarebbero ossigeno puro per gli agricoltori italiani, gli esercizi commerciali, e, appunto, lo Stato. Eppure, nonostante questo, anche l’ennesimo tentativo di regolamentare la filiera della cannabis light, per la quale manca solo la definizione dell’uso umano è saltato, per essere nuovamente riproposto.

La conclusione è che in questa situazione drammatica di emergenza sanitaria, i produttori di canapa non devono solo tenersi ben alla larga dal virus e dalle conseguenze economiche di questa pandemia, ma devono inventarsi soluzioni impossibili per commercializzare i derivati della canapa industriale che una legge (242/2016) gli avrebbe in teoria consentito di poter fare.

LEGALIZZAZIONE DELLA CANNABIS IN ITALIA

Tutto quel che c’è da sapere sulla cannabis legale in Italia, e le ultime notizie sullo stato della legalizzazione di droghe leggere nel nostro Paese.

 

 

 

  • Al di là di quanto sarà più o meno veloce il percorso che condurrà a una rivisitazione della legge sulla coltivazione e sul consumo di cannabis in Italia, e nonostante un atteggiamento mediatico spesso “denigratorio”, cui fa seguito qualche uscita poco felice da parte di alcuni schieramenti politici sulla marijuana in Italia, una cosa è però già certa: la vendita di cannabis light in Italia non solo è un business completamente legale, ma si dimostra un settore in piena fase di espansione. Secondo l’Associazione italiana cannabis light infatti, il giro di fatturato è già pari a circa 80 milioni di euro e sta cavalcando ritmi di sviluppo in doppia cifra particolarmente confortanti, che dovrebbero portare a una piena maturazione del comparto. Ricordiamo anche che comprare marijuana italiana light è un’operazione consentita solo a maggiorenni, e che tutti i prodotti che hanno questa denominazione sono caratterizzati da una percentuale molto bassa di THC, inferiore al limite di legge dello 0,6%.
  • Produttori e negozianti che coltivano e commercializzano la canapa light erano finiti nella bufera politica per le parole di Matteo Salvini da ministro dell’Interno e hanno lavorato negli ultimi anni in un quadro normativo non chiaro che aveva finito per coinvolgere le sezioni unite della Cassazione che, lo scorso maggio, avevano spiegato che resta reato la vendita della cannabis, anche nella sua forma “light”, se “in concreto” ha un effetto drogante.“La coltivazione della cannabis e la commercializzazione dei prodotti da essa ottenuti, quali foglie, inflorescenze, olio e resina, in assenza di alcun valore soglia preventivamente individuato dal legislatore penale rispetto alla percentuale di Thc, precisava la Cassazione, rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico sugli stupefacenti, con la sola “eccezione” riguardante la canapa coltivata esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali”. Tutti problemi ora superati dall’emendamento emesso in Aprile 2020.

 

 

  • La cannabis light sarà legale grazie a un emendamento alla legge di Bilancio. Finisce il braccio di ferro – che era arrivato fino alle sezioni unite della Cassazione – sulla canapa con un basso contenuto di Thc, il principio attivo che procura effetti psicotropi. Il testo inserito nel pacchetto di emendamenti approvati in commissione Bilancio recita: “L’uso della canapa composta dall’intera pianta di canapa o di sue parti come biomassa è consentito in forma essiccata, fresca, trinciata o pellettizzata ai fini industriali, commerciali ed energetici”.

 

 

  • Commercializzazione della cannabis: le ultime sentenze

In tema di sostanze stupefacenti, è lecita la commercializzazione di inflorescenze di “cannabis sativa L.” proveniente da coltivazioni consentite dalla l. 2 dicembre 2016, n. 242, a condizione che i prodotti commercializzati presentino un principio attivo di THC non superiore allo 0.5%.

In motivazione, la Corte ha precisato che la legge n. 242 del 2016 si limita a disciplinare la coltivazione della canapa, senza menzionare la successiva commercializzazione dei prodotti ottenuti da tale attività, in quanto trova applicazione il principio generale che consente la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illiceità.

Cassazione penale sez. VI, 29/11/2018, n.4920 –

La legge 2 dicembre 2016, n. 242, stabilendo la liceità, a determinate condizioni, della coltivazione della cannabis sativa L., ha reso lecita anche la commercializzazione dei prodotti di tale coltivazione costituiti dalle infiorescenze (marijuana) e dalla resina (hashish), in quanto la cannabis sativa con THC inferiore a 0,5% non rientra più nell’ambito di applicazione del testo unico sulle sostanze stupefacenti e psicotrope di cui al d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309.

Cassazione penale sez. VI, 29/11/2018, n.4920 –

 La commercializzazione al pubblico di cannabis stativa c.d. « light » e, in particolare, di foglie, infiorescenze, olio e resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicabilità della legge che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà ammesse e iscritte nel catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi della direttiva n. 2002/53/CE e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati; pertanto, la cessione, la vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico dei derivati della coltivazione di cannabis sativa c.d. « light », quali foglie, inflorescenze, olio e resina, sono condotte che integrano un fatto di reato anche a fronte di un contenuto di THC inferiore ai valori indicati dalla legge, salvo solamente che tali derivati siano, in concreto, privi di ogni efficacia drogante o psicotropa, secondo il principio di offensività.

T.A.R. Bologna, (Emilia-Romagna) sez. I, 19/08/2019, n.661 –

 Per le Sezioni Unite: non è reato coltivare in casa qualche piantina ad uso personale. La Cassazione con la SU n. 12348/2020 annulla la sentenza limitatamente al reato di coltivazione, ritenendo il ricorso parzialmente fondato, alla luce della soluzione fornita alla questione di diritto sollevata dalla terza Sezione della Corte.

“Il reato di coltivazione di stupefacenti è configurabile indipendentemente dalla quantità di principio attivo ricavabile nell’immediatezza, essendo sufficienti la conformità del tipo botanico e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre sostanza stupefacente; devono però ritenersi escluse, in quanto non riconducibili nell’ambito della norma penale: le attività di coltivazioni di minime dimensioni svolte in forma domestica, che per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.”

La Cassazione tiene pertanto a precisare che :

  • sono lecite e non punibili per mancanza di tipicità, le coltivazioni domestiche minime effettuate con strumenti e modalità rudimentali, da cui si ricava una quantità minima di sostanza destinata ad un uso esclusivamente personale;
  • è invece soggetta al regime sanzionatorio di tipo amministrativo previsto dall’art. 75 del d.P.R n. 309/1990 la detenzione di sostanza stupefacente destinata in via esclusiva al consumo personale anche se ottenuta con una coltivazione domestica lecita;
  • alla coltivazione di piante penalmente illecita è possibile applicare l’art. 131 bis c.p., ed escludere quindi la punibilità per particolare tenuità del fatto;
  • alla coltivazione di piante penalmente illecita si può infine applicare l’art. 73 comma 5 del d.P.R, il quale dispone che: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, e’ di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329.”.

Per tale motivo, non costituisce reato l’attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica destinate ad uso personale. In questo modo viene superata l’equiparazione tra coltivazione in senso tecnico-agraria e domestica, effettuata in passato sempre dalla Cassazione con la sentenza n. 28605/2008, secondo la quale era da configurare come reato qualsiasi coltivazione non autorizzata di piante dalle quali si potessero estrarre sostanze stupefacenti, anche se desinate all’autoconsumo.

CASSAZIONE PENALE, SEZIONI UNITE, SENTENZA N. 12348/2020 –

 

Concludendo non è punibile chi coltiva cannabis in casa per uso personale qualora, l’esiguità del numero di piantine e prodotto e i mezzi usati, consentano di escludere lo spaccio. E’ quanto hanno deciso le Sezioni Unite Penali della Cassazione con la sentenza del 16 aprile 2020, n. 12348. Devono ritenersi escluse, in quanto non riconducibili all’ambito di applicazione della norma penale, le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica, che, per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante, il modestissimo quantitativo di prodotto ricavabile, la mancanza di ulteriori indici di un loro inserimento nell’ambito del mercato degli stupefacenti, appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore.

CALCE/CANAPA NELLA BIOEDILIZIA MODERNA

COSTRUIRE NATURALE PER UN BENESSERE TOTALE

 

In campo edilizio, materiali e tecniche post–industriali potrebbero essere abbandonati in favore di prodotti alternativi compatibili con l’ambiente, come quelli derivati dalla pianta di canapa. Si tratta di una coltivazione sostenibile dal punto di vista ambientale perché ha una crescita rapida ed abbondante; essendo una pianta infestante, per crescere non necessita di irrigazione, erbicidi e pesticidi, né di antiparassitari e non avendo proteine al suo interno non è attaccata da roditori o altri insetti. La canapa ha anche un’azione fertilizzante e fitodepuratrice: è capace di bonificare e risanare le aree inquinate dalle industrie chimiche.

 

 

 

 

  • Caratteristiche ecosostenibili della Canapa:

    I prodotti in CANAPA sono naturali al 100% e tutti gli additivi utilizzati sono di origine vegetale o naturale e sono realizzati con bassissimo impiego energetico ed idrico, biodegradabili e riutilizzabili al 100%.

    La CANAPA SATIVA è una pianta che:

    • non contiene THC, quindi la sua coltivazione è pienamente legale
    • viene coltivata senza l’uso di pesticidi
    • ha un consumo idrico molto basso
    • è una pianta resistente che si adatta a diversi microclimi
    • è veloce nella crescita e permette la piantumazione anche più volte l’anno
    • ha un’elevata resa in termini di massa vegetale
    • pulisce e ri-mineralizza il terreno, preparandolo ad altre colture
    • assorbe CO2 dall’atmosfera in quantità così elevate da compensare le emissioni prodotte dagli altri componenti presenti nel conglomerato (calce) e portare il bilancio delle emissioni in negativo (carbon-negative).

     

    Le analisi biologiche della Canapa Sativa evidenziano che il canapulo (o legno di canapa) ricavato dallo stelo della pianta essiccata, avendo una struttura molecolare ad alveare, è perfettamente traspirante, ha un elevato potere termico, è allo stesso tempo duttile e durevole, grazie al contenuto di silice nella fibra.

     

     

    Queste caratteristiche intrinseche della fibra permettono ai prodotti in canapa di essere:

    • ottimi isolanti termici ed acustici
    • traspirabili e quindi deumidificanti ed antimuffa
    • ideali per la costruzione in zone sismiche.

In fase di lavorazione in campo edilizio viene prodotta poca polvere, il contatto e l’inalazione delle fibre non causa irritazioni cutanee e alle vie respiratorie. Materiale naturalmente inattaccabile da parte di insetti e roditori, grazie all’assenza di sostanze proteiche ed al sapore amaro delle fibre di canapa, resistente alle muffe e completamente riciclabile. Materiale altamente traspirante e resistente all’umidità, in caso d’imbibizione accidentale conserva inalterate le proprie caratteristiche una volta asciutto.

 

 

  • Calce/canapa:

Il composto calce-canapa è un materiale ottenuto dalla combinazione della parte legnosa dello stelo di canapa, il “canapulo” con la calce e l’acqua. La canapa svolge la funzione riempitiva, mentre la calce quello di legante e conservante.

Dalla variazione dei dosaggi di calce e canapa è possibile ricavare diversi prodotti con differenti ambiti di applicazione:

  • Muri di tamponamento: la miscela, in questo caso, viene versata e pressata all’interno di pannelli di contenimento, oppure spruzzata utilizzando un unico pannello sul lato interno o esterno. Il mix utilizzato per i muri di tamponamento ha una tipica resistenza a compressione di 100 kPa e deve quindi essere abbinato a una struttura portante in legno, acciaio o cemento.
  • Blocchi calce-canapa: i blocchi di calce e canapa sono un ottimo sostituto dei blocchi di tamponamento in laterizio e sono ottenuti utilizzando generalmente canapa (38%), calce aerea (51%) e calce idraulica (11%).
  • Isolante per tetti: in questo caso il mix, a bassa percentuale di calce e generalmente fornito in big bag è sversato tra una trave e l’altra.
  • Termointonaco: per produrre un materiale lavorabile il mix contiene una maggiore quantità di calce rispetto al canapulo di granulometria fine. Il biocomposito è particolarmente adatto all’applicazione su muri tradizionali ed è efficace nel miglioramento termico di vecchie costruzioni di sasso e in condizioni in cui è necessario un risanamento per mitigare l’umidità di risalita e le condense superficiali tipiche dei ponti termici.
  • Massetto isolante: Il biocomposito è spesso impiegato nei restauri come massetto e massetto alleggerito.

 

 

  • Realizzazioni edilizie di ultima generazione:

Il primo esempio già realizzato a fine 2019 arriva dal Canada. Si tratta della Harmless Home, costruita sull’Isola di Vancouver o Île de Vancouver, sull’Oceano Pacifico, lungo la costa occidentale della Columbia Britannica. Si trova su un alto promontorio ultra panoramico, in piena natura, circondata da alberi, fatta in blocchi di Canapa-calce come mattoncini Lego, incastrati uno sull’altro in un sistema particolare a comporre il corpo abitativo anche in funzione strutturale.

Una realizzazione che rappresenta solo la punta dell’iceberg di quanto oggi è già possibile fare, anche i Italia (se ci mettessimo d’impegno) nella cosiddetta Edilizia verde utilizzando la Canapa come materia prima. Ma è anche solo un esempio tra i tantissimi che danno il segno della grande inventiva, della capacità di realizzazione e della programmazione all’avanguardia dal Canada.

Il sistema ha permesso non solo di rivestire i muri della casa, ma di utilizzare il materiale nelle parti portanti dell’edificio nella parte abitata. Fino a oggi questa soluzione è stata usata per edifici a due piani.

SuperSSR è un sistema modulare di pareti a blocchi che viene assemblato impilando blocchi di interblocco e l’applicazione di un materiale di incollaggio tra blocchi e percorsi adiacenti. È adatto a tutti i sistemi a parete ed è portante, riducendo la necessità di supporti verticali. Il sistema a parete funziona al meglio con intonaci a calce e intonaco per finiture sia esterne che interne. Questi materiali sono permeabili, regolando l’umidità e il flusso d’aria, non è richiesta alcuna barriera al vapore. I blocchi vengono spediti con strati di base su entrambe le superfici interna ed esterna per accelerare ulteriormente la costruzione e migliorare la protezione del clima“.

 

 

 

  • Bioedilizia e Canapa, situazione europea e Italiana nel dopo “clausura” da epidemia

Il momento è quello giusto per ripartire, soprattutto dopo il blocco per l’epidemia da virus Sars-Cov-2, recuperando il terreno perso in questi mesi e cercando di dare slancio e respiro europeo al settore Italiano in primis. Da qui la presenza di Francesco Mirizzi all’EIHA, l’European Industrial Hemp Association, come Senior Policy Advisor e portare avanti le ragioni della Canapa nella Bioedilizia.

L’unione di Canapa, calce e acqua genera un materiale molto prezioso per l’edilizia, in grande espansione in diverse parti del mondo anche se l’Italia rientra tra quei paesi dove il settore della Bioedilizia segna il passo soprattutto nell’applicazione della Canapa.

Eppure il materiale possiede caratteristiche uniche. Gli edifici che sono stati costruiti facendone uso, richiedono una frazione di energia per riscaldamento e raffreddamento. Il mattone in Canapa-Calce o in forma aderente a spruzzo sull’interno delle pareti, è capace di assorbire l’umidità eccessiva per rilasciarla poi in stagioni secche.

Dando forte slancio a questa forma di edilizia, le aziende agricole produttrici di Canapa avrebbero un profitto certo non solo dai semi, ma anche dalle fibre: occorrono però impianti di trasformazione della parte legnosa e fibrosa della pianta che siano diffusi lungo il territorio italiano, altrimenti i costi diventano proibitivi in lunghi percorsi per trasferire le balle di materiale grezzo.

La Canapa come materiale da costruzione ecologico è ben conosciuto in Italia e in Europa dove imprese come la IsoHemp a Fernelmont, in Belgio, pubblicizzano i loro blocchi a base di canapa. Soluzione  perfetta per edifici ad altissima resa energetica, blocchi molto leggeri e adattissimi per isolare pavimenti e soffitti oltre alle mura perimetrali.

In Italia, solo per fare alcuni esempi tra i diversi possibili, la Pedone Working lo ha utilizzato anche per rivestimenti interni di condomini, le “Case di Luce” o l’altra realtà pugliese, la Madeinterra e le sue realizzazioni di arredo oltre che di rivestimento delle abitazioni mettendo insieme calce, argilla, paglia e canapa, oppure la Ecopassion in Alto Adige che ne ha fatto uno stile di vita, dalle abitazioni all’abbigliamento.

 

CBD E LAVORO – RISULTA NEI TEST ANTIDROGA?

Le domande più frequenti degli utilizzatori di cannabis light riguardano i livelli di THC contenuti nella marijuana legale e la durata del THC nelle urine e nel sangue. C’è davvero da preoccuparsi o si tratta di timori privi di fondamento?

Va specificato come la sostanza incriminata sia il THC, l’unica rilevabile mediante i test antidroga e soggetta a penalizzazione.

Quali sono i tipi di lavoro soggetti ai test antidroga?

I controlli antidroga sul lavoro coinvolgono soprattutto gli addetti al trasporto e i lavoratori le cui mansioni comportano rischi particolari in tema di sicurezza. Ecco di seguito una lista dei tipi di lavoro soggetti ai test antidroga:

  • I conducenti di veicoli per i quali è richiesta la patente di guida
  • Gli addetti alle macchine impiegate per la movimentazione merci (muletti e simili)
  • Il personale addetto alla lavorazione e alla produzione di materiali o sostanze pericolose
  • Gli infermieri e il personale sanitario impiegato negli ambulatori privati.

Nel caso in cui i risultati fossero positivi, il lavoratore dovrà ritenersi temporaneamente inidoneo al servizio e quindi sospeso dalle sue mansioni. Tuttavia, l’esito positivo dei test antidroga non comporta la risoluzione del rapporto di lavoro: l’azienda, se lo ritiene opportuno, può scegliere di assegnare un incarico diverso al lavoratore.

Gli esami per la ricerca di THC

Purtroppo anche la cannabis legale può esporre a dei rischi perché, sebbene il livello di THC sia relativamente basso, il suo accumulo nel corpo varia moltissimo a causa di fattori personali, come per esempio il metabolismo e il sistema di escrezione.

Il test svolto con più frequenza sul luogo di lavoro per la ricerca di tracce di sostanze stupefacenti è l’esame delle urine, un esame di laboratorio che può rilevare nel campione raccolto la presenza di tracce di THC-COOH, ovvero un catabolita (sostanza di scarto) del THC che permane nel corpo anche diverse settimane dopo l’assunzione di cannabis. Questa sostanza non è psicoattiva e quindi la sua presenza dice solo che in un passato non ben definito la persona ha introdotto nel proprio corpo THC.

A un’eventuale positività la politica aziendale spesso suggerisce un secondo controllo, ovvero gli esami del sangue che sono quelli più attendibili nel rivelare un uso recente di cannabis con accumulo di THC.

Il CBD può essere rilevato? Ha conseguenze legali?

Il CBD non è una sostanza psicotropa (non altera le normali capacità psichiche e fisiche della persona) e, come indicato dalla legge sulla cannabis light, non è in alcun modo vietata. Come anticipato, la presenza di CBD si accompagna spesso con un contenuto minimo di THC, uno dei cannabinoidi più importanti della canapa sativa. Il tetraidrocannabinolo è l’unico protagonista dei test antidroga ed è anche il solo elemento sottoposto a regolamentazione dalla legge italiana.

Per effetto delle recenti disposizioni relative ai prodotti contenti CBD, il contenuto di THC non può superare la soglia dello 0,2% (con una tolleranza massima pari allo 0,6%). Ciò vuol dire che la presenza di valori simili negli esami delle urine o del sangue non sono perseguibili per legge. Tuttavia, un consumo particolarmente elevato e, soprattutto, costante nel tempo, oppure una marcata predisposizione all’accumulo di metaboliti da parte dell’utilizzatore, potrebbero variare l’esito dei controlli.

Per tale motivo, nonostante la cannabis light contenga livelli bassissimi di THC, il consiglio è di essere prudenti e valutare anzitempo l’uso di prodotti legali a base di CBD. In ogni caso, chi ne fa un uso sporadico non dovrà temere alcunché.

Come qualsiasi altra cosa, infatti, canapa legale e derivati andrebbero consumati con parsimonia.

Il CBD non ha alcun effetto psicotropo, ma vanta interessanti proprietà distensive e antinfiammatorie. Inoltre alcuni estratti di CBD puro non contengono alcuna percentuale di THC. Il consumatore può quindi stare tranquillo.

Se il soggetto consuma cannabinoidi non psicoattivi come la cannabis light i test delle urine e del sangue dovrebbero di norma avere esito negativo, ma un consumo molto sostenuto e continuo nel tempo o una predisposizione all’accumulo di cannabinoidi potrebbero variare l’esito in modo infausto per il lavoratore sottoposto a controlli.

Per questo motivo anche se la cannabis light contiene livelli bassi di THC vi consigliamo di essere prudenti e valutare il fatto che, ad un eventuale controllo antidroga, potreste risultare comunque positivi alla ricerca di THC sia negli esami delle urine che in quelli del sangue.

La scienza conduce studi sempre più approfonditi:

Dopo essere risultati positivi ad un primo test antidroga, il campione viene solitamente inviato ad un laboratorio per una seconda analisi di conferma, attraverso un processo chiamato gascromatografia-spettrometria di massa (con la sigla GC-MS). Una volta sottoposto il campione a questo tipo di processo, le analisi non avranno alcun problema a discernere il THC dal CBD.

Tuttavia, il principale problema nell’usare un prodotto a base di CBD prima di passare un test antidroga è che non si può mai essere sicuri dei risultati, a meno che non si abbia totale fiducia nella fonte d’approvvigionamento.

Usando un olio di CBD fatto in casa, puro al 100%, difficilmente riuscirete a superare un test antidroga. Il processo d’estrazione del CBD non può essere realizzato nella cucina di casa vostra. Per cui, se volete assicurarvi di consumare un CBD puro e non contaminato, dovrete procurarvelo da una fonte affidabile.

Di per sé, i test antidroga non sono il vero problema; ciò che invece dovrebbe preoccupare è la fonte da cui proviene il CBD.

In conclusione: scegli sempre prodotti certificati e di qualità!

A oggi, nel nostro paese, le leggi sono ancora poco definite, vista e considerata la “novità” della materia.

Per il momento si può affermare che, per i consumatori di prodotti con CBD, la semplice positività al test non è da considerarsi come indice di colpevolezza.

L’importante è consumare sempre e solo prodotti certificati nel corso di una filiera controllata in ogni sua fase e seguire l’evoluzione, sempre più interessante e promettente, della ricerca scientifica sui principi attivi della pianta di canapa.

 

Breve storia della Cannabis in Italia

Veniva utilizzata per realizzare tessuti dai Mongoli, dai Tartari e dai Giapponesi già prima dell’avvento del cotone e della seta. Già 8000 anni fa veniva usata in Cina per la produzione di tessuti e per uso medico. 

Diverse ricerche sostengono che alcune piante di canapa sono arrivate in Europa moltissimi anni fa: la sua diffusione è quasi sicuramente legata agli spostamenti delle tribù nomadi, almeno 500 anni prima di Cristo, in quanto a Berlino è stata ritrovata un’urna contenente foglie e semi di cannabis risalente a 2.500 anni fa. 

In Italia la canapa è stata usata per millenni. In pipe preistoriche ritrovate nel Canavese sono state riscontrate alcune tracce. La regione ai piedi delle Alpi prende il nome di Canavese proprio dalla Canapa. 

In Italia, l’uso della canapa per produrre filati di altissima qualità con metodi industriali risale alla fine del 1700.

A poco a poco la canapa ha acquisito sempre maggiore fama, vista la sua versatilità e i suoi tanti utilizzi, era definita la regina delle piante da fibra, usata spesso per la realizzazione di vestiti e per costruire le reti dei pescatori perché resistente all’acqua salata, soprattutto in Veneto.

Nel 1923 molte famose industrie tessili che occupavano un importante ruolo nell’economia italiana  producevano filati greggi e candeggiati di Canapa per tessitura, tappeti, spaghi e corde, vele e sacchi, filati per cucire suole e per la pesca, cordame per marina e per ponteggi, gru, montacarichi, trasmissioni, cordicelle per tende, tende, forniture per marina, esercito, ferrovie, poste, tabacchi, ospedali.

Con una produttività così ben organizzata è evidente come l’Italia potesse essere la seconda al mondo per quantità di filati prodotti e la prima per la qualità, con quasi 1000 ettari di terreni coltivati, e primo fornitore della Marina Britannica.

All’epoca, la coltura della canapa tessile era legata alle Repubbliche Marinare. Durante i secoli delle conquiste marittime europee, la richiesta di talee e cordami creò un vero e proprio business intorno alla pianta. 

L’Italia, in particolare, si distingueva per la qualità della fibra, specie in città come Bologna e Ferrara, divenute famose grazie alle estese coltivazioni di canapa tessile di ottima qualità. 

Le navi britanniche, ad esempio, avevano gli alberi delle vele, i ciondoli, le vele stesse, la stoppa, le carte delle mappe, tutte realizzate in fibra di canapa coltivata, raccolta, lavorata e tessuta in Italia ed erano considerate tra le  imbarcazioni più sicure e perforanti dell’epoca.

Fu negli anni trenta che il regime fascista dichiarò l’hashish, un derivato ricreazionale, nemico della razza e droga da “negri”, nonostante che la coltivazione della canapa fosse studiata nelle scuole agrarie con tanto di manuali, portando così alle falsificazioni e alle mistificazioni odierne riguardo a questo vegetale.

Durante la Seconda Guerra Mondiale però, la produzione medioeuropea e mediterranea tornava ad aumentare velocemente, perchè le fibre tessili e gli oli sativi diventavano più costosi. In più, esisteva l’esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa.

Il rifiuto delle faticose tecniche di macerazione, insieme allo sviluppo dell’industria delle fibre sintetiche, all’aumento del costo del lavoro, ma soprattutto all’applicazione dell’art. 26 del D.L.gs 309/90 (Legge antidroga Jervolino-Vassalli), hanno decretato la fine della canapicoltura in Italia. 

In realtà non è stato tanto il Decreto, quanto la difficoltà degli organismi di controllo di distinguere morfologicamente le diverse varietà Indica e Sativa, e per anni hanno trovato legittimo sequestrare, sanzionare e incriminare non solo chi era e chi è colpevole di reato, ma anche gli agricoltori che, a loro spese, hanno riprodotto con pazienza ed abnegazione le vecchie varietà.

E pensare che le sementi italiane erano considerate le migliori dagli agronomi e dai tecnici del settore.

Nel 1994 e 1995 la sola canapa coltivata ufficialmente in Italia, sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine, è stata quella presso l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), organismo di ricerca statale. Tentativi di ricerca a scopo didattico (in Emilia e in Valle d’Aosta) sono stati repressi.

Nel 1997 la Comunità europea stabilisce la reintroduzione della Canapa ad uso industriale e grazie ad alcuni regolamenti, nascono i primi negozi italiani tematici sulla Canapa. 

Nel nostro paese ancora una volta però i governi che si succedono, di qualsiasi schieramento, agiscono in modo negativo e per il vantaggio economico di pochi privilegiati, senza produrre una politica globale su questo vegetale.

Questo giro di affari che si è venuto a creare si è prodotto nel giro di un anno e mezzo dall’entrata in vigore della legge che ne permette la coltivazione, quella numero 242 del 2016, che regola la coltivazione della cannabis light.

 

Le coltivazioni di cannabis negli ultimi anni sono cresciute a dismisura. 

 

I dati registrati passano dai 400 ettari di coltivazioni registrati 4 anni fa, nel 2014, ai 4 mila attuali e non è previsto nessun divieto di vendita del prodotto al momento, a tutte le attività in regola e che rispettano i requisiti di vendita.

Cannabis Italia: la situazione attuale

Aggiornamenti sulla regolamentazione del mercato della canapa

I senatori Matteo Mantero e Francesco Mollame del M5S, sono riusciti a veicolare i due emendamenti sfruttando la grande opportunità economica della canapa industriale, stabilendo dei limiti chiari e precisi incentivando così un mercato fermo senza una ragione ben chiara.

Francesco Mollame e Matteo Mantero del M5S
Francesco Mollame e Matteo Mantero del M5S

Una grande vittoria sia dal punto di vista economico che da quello sociale, ma nonostante fosse proprio la Corte di Cassazione a chiedere alla politica di intervenire e normare il settore, dopo l’approvazione dell’emendamento che era stato proposto da M5S, PD e LEU, è stato ritenuto inammissibile dalla presidente del Senato Casellati, rigettando l’intero settore nel panico.

Secondo l’art. 128 del regolamento del Senato, sono “inammissibili gli emendamenti d’iniziativa sia parlamentare che governativa, al disegno di legge di bilancio che rechino disposizioni contrastanti con le regole di copertura o estranee all’oggetto della legge di bilancio in base dalla legislazione vigente, ovvero volte a modificare le norme in vigore in materia di contabilità generale dello Stato”.

Questo emendamento era assolutamente compatibile con le esigenze produttive, industriali e quindi finanziarie tipiche di una legge di bilancio, e quindi la presidente Casellati ha fatto un’interpretazione sostanzialmente politica e non tecnica. É evidentemente che, per chi si è opposto a questo emendamento è più importante mantenere la situazione italiana in questo stallo di regresso culturale e sociale. Non sono stati pochi i politici in prima linea che si sono espressi su questo emendamento, Il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri per esempio afferma chiaramente il suo punto di vista:

 “I grillini, in totale malafede, continuano a difendere la loro fallita offensiva sulla droga. Il loro emendamento, sostenuto insieme al Pd, puntava a ripristinare la possibilità di vendere, per consumo umano, cannabis light con un Thc fino allo 0,5%. Quindi non dicano che si occupavano della produzione agricola o di attività industriale”. 

 

 

Non solo anche l’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini si è espresso sull’argomento: 

“Ci tengo a ringraziare tecnicamente il presidente del Senato a nome di tutte le comunità di recupero dalle dipendenze che lavorano in tutta Italia e a nome delle famiglie italiane per aver evitato la vergogna dello Stato spacciatore di droga prevista in una manovra economica di questo Paese”.

Dichiarazione smentita il giorno dopo dal Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA) :

Salvini sulla cannabis light non ci rappresenta. Il leader della Lega non cerchi di farci passare per suoi complici in una guerra alla droga fallimentare e dannosa.”

E ancora : “Sono ben altri i problemi che il sistema dei servizi deve affrontare,” dichiara Riccardo De Facci, presidente del CNCA, “questioni che si sono aggravate durante il periodo in cui Salvini ha fatto parte del governo: l’aumento del consumo di eroina, delle morti per overdose e le decine di nuove sostanze che hanno inondato il mercato. Noi crediamo in una politica sulle droghe radicalmente diversa da quella espressa dal leader della Lega.”

Anche il ministro dell’istruzione Lorenzo Fioranvanti si è espresso tramite un post su Facebook riguardo la decisione della Presidente del Senato Casellati, ricordando che il settore della Cannabis  “occupa oltre 12 mila persone, 1500 imprese ed ha un fatturato di centinaia di milioni di euro”.

“Non è il mio stile quello di rivendicare crudi dati economici per giustificare o meno scelte politiche – aggiunge – ma siccome mi viene spesso rinfacciato di mettere a rischio posti di lavoro ed imprese con le mie proposte per uno sviluppo davvero sostenibile (che invece generebbero miliardi di nuove opportunità professionali), allora mi aspetto che almeno i miei detrattori siano coerenti: se sono così interessati a mantenere posti di lavoro e sostenere imprese, anche quando mettono a rischio la salute delle persone e l’ambiente come nel caso di Ilva e dei combustibili fossili, allora avrebbero dovuto votare compattamente a favore di questo emendamento”.

“I crudi dati economici devono valere sempre. Non solo quando conviene alle lobby”, conclude.

Senza contare i tanti personaggi noti dello spettacolo che hanno dimostrato il loro sostegno per l’emendamento Mollame-Montero. 

La persona che avrebbe potuto trovare qualche falla in questo emendamento è la Ministra delle Politiche Agricole Teresa Bellanova che non ha detto una parola in merito. Eppure gli agricoltori del settore si sarebbero aspettati che la “loro” ministra prendesse le difese dei 12.000 italiani che hanno investito in questo mercato aprendo una partita IVA agricola, pagando le tasse, messo in piedi aziende per la trasformazione, la distribuzione e la vendita dei prodotti (che principalmente riguardano la produzione di cosmetici, alimenti e bioedilizia) si sono ritrovati ancora una volta senza risposte o addirittura chiamati spacciatori.

Ad inizio ottobre la ministra Teresa Bellanova intervenendo a Futura, la scuola di formazione politica di Italia Viva – aveva dichiarato di aver dato mandato ai tecnici del Ministero di predisporre la redazione di un dossier perché voleva “avere chiaro il quadro” sulla canapa industriale. 

 

 

Nonostante le polemiche e i silenzi imbarazzanti di alcune forze politiche, per la produzione e la vendita di cannabis light di fatto non cambia nulla.

A tal proposito riportiamo quanto dichiarato dall’avv. Carlo Alberto Zaina: “Dobbiamo concentrarci sul fatto che la canapa light non è illecita come vogliono farci credere. La presunta inammissibilità dell’emendamento è concepita esclusivamente per indurre falsamente a credere che la cannabis light non sia commerciabile, mentre lo è ancora nei limiti sanciti dalla Corte di Cassazione”. 

Infatti l’associazione dei magistrati si è espressa favorevolmente rispetto alla legalizzazione e alla depenalizzazione della cannabis e lo ha reso noto attraverso un editoriale sul sito Questione Giustizia, l’organo ufficiale di Magistratura Democratica, che manifesta l’urgenza di un dibattito serio nel nostro Paese.

“Bisogna imporre nel dibattito pubblico il tema della legalizzazione delle droghe leggere e, più in genere, della depenalizzazione delle condotte di minore offensività in materia di stupefacenti” si legge infatti nel testo pubblicato su Questione Giustizia on line.

“È un lavoro difficile – continua l’editoriale – perché si muove in direzione contraria rispetto alle ragioni mondane del proibizionismo, dalla passione contemporanea per il punire alla perdurante egemonia di quell’approccio farmacologico – ormai smentito dai più approfonditi studi scientifici – per il quale vi sarebbe una connessione diretta tra assunzione delle sostanze e propensione al crimine, senza peraltro distinguere tra assunzione di droghe leggere e assunzione di quelle pesanti.”

“In tempi in cui si discute di diritto penale minimo, confinandolo però in una prospettiva utopica, il ripensamento della politica criminale in materia di stupefacenti ci appare una via da percorrere per innalzare il livello di tutela della salute pubblica, per restituire al diritto penale efficacia selettiva e capacità di orientamento e al processo ragionevole durata e, non ultimo, per togliere “fette di mercato” alla criminalità organizzata.

Questa vuole essere una sintesi di quello che è successo nelle ultime settimane, ora non ci resta che aspettare ( ancora! ) e sperare di poter avere delle risposte chiare al riguardo il prima possibile.

Come detto poche righe fa, per la produzione e la vendita di cannabis light di fatto non cambia, ma per molti produttori e commercianti non è possibile stare sempre sul filo del rasoio e troppo spesso i piccoli e medi imprenditori si trovano costretti a chiudere le proprie attività

Intanto possiamo continuare a sostenerci e a questo proposito vi invito a cliccare sulla pagina di CANNABIS FOR FUTURE 

https://www.cannabisforfuture.it

É un gruppo di attivisti sparsi per tutta l’Italia con l’obbiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica sui grandi benefici che può portare la legalizzazione della Cannabis e l valorizzazione di tutti i suoi utilizzi. 

Questa pianta è una risorsa, non un nemico.