Breve storia della Cannabis in Italia

Veniva utilizzata per realizzare tessuti dai Mongoli, dai Tartari e dai Giapponesi già prima dell’avvento del cotone e della seta. Già 8000 anni fa veniva usata in Cina per la produzione di tessuti e per uso medico. 

Diverse ricerche sostengono che alcune piante di canapa sono arrivate in Europa moltissimi anni fa: la sua diffusione è quasi sicuramente legata agli spostamenti delle tribù nomadi, almeno 500 anni prima di Cristo, in quanto a Berlino è stata ritrovata un’urna contenente foglie e semi di cannabis risalente a 2.500 anni fa. 

In Italia la canapa è stata usata per millenni. In pipe preistoriche ritrovate nel Canavese sono state riscontrate alcune tracce. La regione ai piedi delle Alpi prende il nome di Canavese proprio dalla Canapa. 

In Italia, l’uso della canapa per produrre filati di altissima qualità con metodi industriali risale alla fine del 1700.

A poco a poco la canapa ha acquisito sempre maggiore fama, vista la sua versatilità e i suoi tanti utilizzi, era definita la regina delle piante da fibra, usata spesso per la realizzazione di vestiti e per costruire le reti dei pescatori perché resistente all’acqua salata, soprattutto in Veneto.

Nel 1923 molte famose industrie tessili che occupavano un importante ruolo nell’economia italiana  producevano filati greggi e candeggiati di Canapa per tessitura, tappeti, spaghi e corde, vele e sacchi, filati per cucire suole e per la pesca, cordame per marina e per ponteggi, gru, montacarichi, trasmissioni, cordicelle per tende, tende, forniture per marina, esercito, ferrovie, poste, tabacchi, ospedali.

Con una produttività così ben organizzata è evidente come l’Italia potesse essere la seconda al mondo per quantità di filati prodotti e la prima per la qualità, con quasi 1000 ettari di terreni coltivati, e primo fornitore della Marina Britannica.

All’epoca, la coltura della canapa tessile era legata alle Repubbliche Marinare. Durante i secoli delle conquiste marittime europee, la richiesta di talee e cordami creò un vero e proprio business intorno alla pianta. 

L’Italia, in particolare, si distingueva per la qualità della fibra, specie in città come Bologna e Ferrara, divenute famose grazie alle estese coltivazioni di canapa tessile di ottima qualità. 

Le navi britanniche, ad esempio, avevano gli alberi delle vele, i ciondoli, le vele stesse, la stoppa, le carte delle mappe, tutte realizzate in fibra di canapa coltivata, raccolta, lavorata e tessuta in Italia ed erano considerate tra le  imbarcazioni più sicure e perforanti dell’epoca.

Fu negli anni trenta che il regime fascista dichiarò l’hashish, un derivato ricreazionale, nemico della razza e droga da “negri”, nonostante che la coltivazione della canapa fosse studiata nelle scuole agrarie con tanto di manuali, portando così alle falsificazioni e alle mistificazioni odierne riguardo a questo vegetale.

Durante la Seconda Guerra Mondiale però, la produzione medioeuropea e mediterranea tornava ad aumentare velocemente, perchè le fibre tessili e gli oli sativi diventavano più costosi. In più, esisteva l’esigenza di materie prime contenenti molta cellulosa da cui poter ricavare esplosivi ottenuti producendo nitrocellulosa.

Il rifiuto delle faticose tecniche di macerazione, insieme allo sviluppo dell’industria delle fibre sintetiche, all’aumento del costo del lavoro, ma soprattutto all’applicazione dell’art. 26 del D.L.gs 309/90 (Legge antidroga Jervolino-Vassalli), hanno decretato la fine della canapicoltura in Italia. 

In realtà non è stato tanto il Decreto, quanto la difficoltà degli organismi di controllo di distinguere morfologicamente le diverse varietà Indica e Sativa, e per anni hanno trovato legittimo sequestrare, sanzionare e incriminare non solo chi era e chi è colpevole di reato, ma anche gli agricoltori che, a loro spese, hanno riprodotto con pazienza ed abnegazione le vecchie varietà.

E pensare che le sementi italiane erano considerate le migliori dagli agronomi e dai tecnici del settore.

Nel 1994 e 1995 la sola canapa coltivata ufficialmente in Italia, sotto lo stretto controllo delle forze dell’ordine, è stata quella presso l’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente), organismo di ricerca statale. Tentativi di ricerca a scopo didattico (in Emilia e in Valle d’Aosta) sono stati repressi.

Nel 1997 la Comunità europea stabilisce la reintroduzione della Canapa ad uso industriale e grazie ad alcuni regolamenti, nascono i primi negozi italiani tematici sulla Canapa. 

Nel nostro paese ancora una volta però i governi che si succedono, di qualsiasi schieramento, agiscono in modo negativo e per il vantaggio economico di pochi privilegiati, senza produrre una politica globale su questo vegetale.

Questo giro di affari che si è venuto a creare si è prodotto nel giro di un anno e mezzo dall’entrata in vigore della legge che ne permette la coltivazione, quella numero 242 del 2016, che regola la coltivazione della cannabis light.

 

Le coltivazioni di cannabis negli ultimi anni sono cresciute a dismisura. 

 

I dati registrati passano dai 400 ettari di coltivazioni registrati 4 anni fa, nel 2014, ai 4 mila attuali e non è previsto nessun divieto di vendita del prodotto al momento, a tutte le attività in regola e che rispettano i requisiti di vendita.

Cannabis: sit-in al ministero “vogliamo delle risposte”

Vengono da tutta Italia, sono coltivatori, distributori, commercianti e imprenditori, coloro che questa mattina (11 giugno) si sono riuniti davanti al Ministero dello Sviluppo Economico per chiedere chiarezza a seguito della sentenza della Cassazione dello scorso 30 Maggio, che ha di fatto creato enorme ambiguità e incertezza riguardo la liceità  del commercio dei prodotti  derivati della cannabis:

“..integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4, d.P.R. n. 309/1990, le condotte di cessione di vendita e, in genere, la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L., salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante.”

Come si stabilisce se un prodotto sia privo o meno di efficacia drogante?

Proprio qui sta la zona d’ombra della norma. A seguito di sequestri preventivi  da parte delle FF.OO, dissequestri, chiusure di negozi ora gli imprenditori del settore esigono chiarezza:

Quali sono i limiti di principio attivo? (prima della sentenza<0,5% THC)

Qual’è la quantità massima di infiorescenze di cannabis industriale che si può vendere?

Cosa è opportuno inserire nelle etichette?

L’ex viceministro Fassina che si è prestato a colloquio con alcuni manifestanti, sostiene che una soluzione ci potrebbe essere ed anche in tempi brevi: in queste ore infatti la commissione bilancio e finanze sta discutendo il Decreto Crescita. L’idea del deputato Leu sarebbe quella di far presentare un emendamento al decreto crescita da parte dei rappresentanti della maggioranza Lega e Movimento 5 stelle che andrebbe poi al voto la prossima settimana in cui vengano esposte tutte le lacune che attualmente gravitano attorno alla legge 242 del 2016.

Mentre stiamo scrivendo una delegazione è a colloquio con alcuni parlamentari che stanno richiedendo documentazione per censire tutto il movimento cannabis in Italia, il fatturato e l’indotto per calcolare a quanto ammonterebbe il danno economico e quanto invece è stato ad oggi sottratto al mercato nero.

Quel che è certo è che migliaia di lavoratori e di famiglie non possono vivere in questo stato di incertezza, senza sapere se poter investire ulteriori risorse in quello che si sta dimostrando essere uno dei mercati più in crescita del nostro paese.

Chissà che non sia la volta buona per una definitiva regolamentazione dell’intero settore della Cannabis?